Cuore, mente e cervello. La donna si ammala di più. E i farmaci? “Maschilisti”

Il sesso forte, alla fine dei conti, è quello femminile. Non perché la donna sopporti meglio il dolore, ma perché ne è più colpita e dunque lotta mediamente più dell’uomo. Malattie cardiovascolari, depressione, ansia e stress. E, ovviamente, quelle gender specifiche, come endometriosi, sindrome dell’ovaio policistico, ma anche celiachia, distrubi dell’alimentazione, patologie autoimmuni, osteoporosi e tumori femmilini. Tutte malattie che colpiscono prevalentemente o solo lei.

In occasione della Giornata Internazionale a lei dedicata, ecco alcuni dati sullo stato di salute della donna, nei numeri del Ministero della Salute (Report “Salute della donna e società).


Cuore
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Ancora oggi è opinione diffusa che le malattie cardiovascolari riguardino soprattutto gli uomini e per questo la grande maggioranza delle donne ha una percezione molto bassa dei pericoli causati da queste patologie. Le malattie cardiovascolari si presentano nelle donne con un ritardo di almeno 10 anni rispetto agli uomini. Fino alla menopausa le donne sono aiutate dalla protezione ormonale. In seguito, vengono colpite addirittura più degli uomini e gli eventi spesso sono più gravi, anche se si manifestano con un quadro clinico meno evidente: molte volte, infatti, il dolore manca, è localizzato in altra sede o è confuso con quello derivato da altre patologie. Per questo, generalmente, le donne si recano in ospedale più tardi rispetto agli uomini.

Secondo i dati del Centro Cardiologico Monzino (Milano), diffusi questa settimana, ai fattori di rischio più noti, come colesterolo, fumo, ipertensione, diabete, obesità, si aggiungono, proprio nella donna, livelli preoccupanti di depressione, ansia, stress, che a loro volta innalzano ulteriormente il pericolo di andare incontro a un evento cardiovascolare, troppo spesso senza che la donna lo sappia. La salute del cuore, quindi, è anche una questione di mente.


Mente
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Numerosi studi epidemiologici concordano sul dato che le donne hanno maggior probabilità di soffrire di disturbi depressivi rispetto agli uomini, una prevalenza lifetime, che inizia a prendere consistenza attorno ai 13-15 anni, con un gap che aumenta gradualmente e, attorno ai 18 anni, si assesta su valori simili a quelli degli adulti e torna gradualmente a ridursi dopo i 55 anni.

Uno dei periodi della vita a maggior rischio per le donne è rappresentato dalla gravidanza e dal post-partum. Studi epidemiologici condotti in nazioni e culture diverse evidenziano che la depressione post-partum colpisce, con diversi livelli di gravità, dal 7 al 12% delle neomamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª  settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente da 2 a 6 mesi. La donna si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto, non all’altezza nei confronti degli impegni che la attendono.


Cervello
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La popolazione femminile, che ha speranza di vita più alta, con il progredire dell’età vede una prevalenza maggiore della condizione di demenza rispetto alla popolazione maschile. Anche i caregiver (le persone che offrono assistenza ai pazienti) sono soprattutto donne, mogli e figlie spesso a loro volta con famiglia, che ospitano il malato in casa. L’impatto del carico assistenziale su di loro è notevole, sia in termini di salute fisica e psicologica che di modificazioni della vita lavorativa.


Disturbi dell’alimentazione
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In Italia sono ormai circa 3 milioni le persone affette DA (Disturbi dell’alinentazione), di cui i più conosciuti sono anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata. L’età di insorgenza dei disturbi si sta abbassando. Possiamo vedere già bambini di 10-11 anni soffrire di anoressia. Non mancano però insorgenze in età adulta, soprattutto nel caso del disturbo da alimentazione incontrollata. Secondo le stime ufficiali, il 95,9% delle persone colpite dai disturbi alimentari sono donne.


Celiachia
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La celiachia rappresenta l’intolleranza alimentare più frequente e colpisce circa l’1% della popolazione. La malattia è più frequente tra le donne, con una quota del 70% rispetto all’uomo.


Endometriosi
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In Italia sono affette da endometriosi circa il 5% delle donne. In totale si stimano circa 3 milioni di casi di endometriosi, nei vari stadi clinici. Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna.


Osteoporosi
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Nel corso della vita, circa il 40% della popolazione incorre in una frattura di femore, vertebra o polso, in maggioranza dopo i 65 anni. In Italia, il 23% delle donne oltre i 40 anni e il 14% degli uomini con più di 60 anni è affetto da osteoporosi. Si stima che in Italia l’osteoporosi colpisca circa 5.000.000 di persone, di cui l’80% sono donne in post menopausa.


Malattie autoimmuni
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Le cellule del sistema immunitario della donna si comportano in modo diverso da quelle dell’uomo. In generale, infatti, la donna è in grado di attivare risposte immunitarie, sia umorali (mediate da anticorpi) sia cellulari (mediate dai linfociti) più forti rispetto all’uomo. Questo, però, può costituire un’arma a doppio taglio per la donna, perché, da una parte la rende più resistente alle infezioni, ma dall’altra più suscettibile proprio alle patologie mediate dal sistema immunitario come le malattie autoimmuni.

Le malattie autoimmuni hanno in genere una maggiore prevalenza nelle donne rispetto agli uomini e sono considerate tra le principali cause di disabilità per il sesso femminile. In particolare, una forte disparità di genere si osserva in alcune malattie come la sindrome di Sjögren, il lupus eritematoso sistemico (LES), le malattie autoimmuni della tiroide e la sclerodermia, che presentano una frequenza 7-10 volte più elevata nelle donne rispetto agli uomini. Meno significativa, anche se sempre a svantaggio delle donne, è la prevalenza di malattie quali l’artrite reumatoide, la sclerosi multipla e la miastenia grave, che sono 2-3-volte più frequenti nelle donne rispetto agli uomini.


Sindrome dell’ovaio policistico
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La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) causa importanti effetti sulla salute della donna di tipo estetico, metabolico e riproduttivo. È caratterizzata dall’ingrossamento delle ovaie, dalla presenza di cisti ovariche multiple e da alterazioni endocrinologiche e metaboliche (iperandrogenismo, resistenza all’insulina e conseguente iperinsulinemia). La PCOS colpisce il 5-10% delle donne, origina nel periodo puberale ed è considerata l’alterazione endocrina più comune in età fertile.


Tumori
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Tra le donne, il più frequente tumore è quello della mammella, rappresentando il 28% di tutte le neoplasie, seguito da quello del colon-retto (13%), polmone (8%), tiroide (6%) e corpo dell’utero (5%) (dati Airtum I numeri del cancro in Italia 2017). Il tumore della mammella rappresenta la prima causa di morte per tumore nelle donne, con 12.201 decessi (dati ISTAT). Negli ultimi decenni si registra un costante aumento di frequenza della diagnosi, accompagnata, però, da una riduzione della mortalità.


Dipendenze.

La ricerca scientifica degli anni più recenti mostra significative differenze di genere in relazione alle dipendenze da sostanze e alla dipendenza comportamentale. Per quanto riguarda la dipendenza da sostanze, se da un lato incidenza e prevalenza sono maggiori tra i maschi, dall’altro, per alcune sostanze d’abuso (es. nicotina, alcol, nuove sostanze psicoattive) le differenze di genere si sono andate attenuando nelle ultime decadi.

In relazione all’abuso di sostanze, in generale le femmine tendono:

    • ad essere maggiormente stigmatizzate (specie in gravidanza)
    • ad assumere con maggiore frequenza rispetto ai maschi sostanze stimolanti e sedative
    • ad avere una ridotta capacità di chiedere aiuto.

Più frequentemente dei maschi, le femmine dipendenti si trovano in condizioni di povertà, provengono da famiglie con esperienza di dipendenza o hanno relazioni con partner tossicodipendenti e/o violenti. Inoltre presentano con maggiore frequenza disturbi mentali concomitanti con prognosi più severa, come ansia, depressione, PTSD (post-traumatic stress disorder), aumentata prevalenza di suicidi, DCA (disturbi del comportamento alimentare).

In aggiunta, sperimentano, rispetto ai maschi, gravi disuguaglianze nei confronti dell’accesso a servizi e a trattamenti farmacologici, riabilitativi e di reinserimento sociale.

Le dipendenze comportamentali (azzardo, internet, videogiochi) sembrano ancora appannaggio del genere maschile, sebbene, anche in questo campo, si rilevi un aumento della presenza femminile, legata soprattutto alla diffusione di modelli di comportamento  classicamente “maschili”, in relazione a condizionamenti socio-economici.


Medicina maschlista?

La Medicina, fin dalle sue origini, ha avuto una impostazione androcentrica, relegando gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti specifici correlati alla riproduzione. Dagli anni Novanta in poi, invece, la medicina tradizionale ha subito una profonda evoluzione attraverso un approccio innovativo mirato a studiare l’impatto del genere e di tutte le variabili che lo caratterizzano (biologiche, ambientali, culturali e socio-economiche) sulla fisiologia, sulla fisiopatologia e sulle caratteristiche cliniche delle malattie.

Va detto, però, che la sperimentazione, per quanto riguarda i farmaci, in un certo senso “discrimina” la donna. La donna, infatti, per caratteristiche intrinseche, con molta difficoltà è arruolata nella sperimentazione. Variazioni ormonali, ciclo e altri fattori confondenti fanno della donna un “modello”, per certi versi, non adatto alla sperimentazione. Senza contare il fatto che una donna non può mai essere sicura di non essere incinta, e anche per questo motivo è tendenzialmente esclusa dai trial clinici, per ovvie ragioni di sicurezza.

Di fatto, il farmaco tipo, è progettato sull’uomo, bianco, tra i venti e i quaranta anni, del peso medio di settanta chili.

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