Le e-cig bene non fanno, ma sempre meglio delle “bionde”. Oppure no?

Le sigarette elettroniche non sfruttano la combustione, per questo non liberano le decine di sostanze cancerogene liberate quando brucia il tabacco: certo, rimane l’esposione alla nicotina, ma almeno il danno dovuto all’aspirazione dei prodotti della combustione è assente o ridotto.

Niente combustione, niente sostanze cancerogene. Questo è probabilmente vero, ma nel complesso non esistono, al momento, studi con dati utili a valutare la tossicità delle e-cig a lungo termine (e “probabilmente” non è una considerazione scientifica, in assenza di dati). In soldoni: nessuno può dire oggi, scientificamente, che la sigaretta elettronica sia meno dannosa di quella tradizionale. Tanto è vero che anche la Food and Drug Administration ha recentemente negato alla Philip Morris il claim di “rischio ridotto”. Dovremmo più correttamente dire “rischio modificato”.

Le cartucce delle e-cig contengono una miscela di glicerina, polietilenglicole e acqua più aromi e/o nicotina. La glicerina è un derivato del glicerolo. Il glicerolo è un liquido incolore, viscoso e dolciastro solubile in acqua. Per riscaldamento e conseguente eliminazione di acqua forma acroleina, un’aldeide insatura, dall’odore acre e irritante le mucose, tossica per il fegato.

Una delle proprietà nocive delle fritture è proprio dovuta alla formazione dell’acroleina, che viene prodotta dalla disidratazione del glicerolo, durante la frittura oltre il punto di fumo dell’olio utilizzato. Il punto di fumo degli oli vegetali è 280-300°C.

Se l’atomizzatore delle e-cig non supera questa temperatura non dovrebbe esserci pericolo. Molte aziende dichiarano che l’atomizzatore produce una temperatura di 50-150°C. Non sempre però: verificate direttamente con l’azienda, per essere sicuri.

Infine, la tossicità della nicotina non è da sottovalutare. Chi usa le sigarette elettroniche ha un rischio del 55% maggiore di infarto, del 30% maggiore di ictus e un rischio doppio di depressione e ansia.

Questo il risultato di uno studio che ha coinvolto oltre 96 mila persone, presentato al 68mo meeting dell’American College of Cardiology da Mohinder Vindhyal, della University of Kansas School of Medicine.

Al momento sembra che le alternative alle sigarette normali offrano una valida chance ai fumatori cosiddetti  “irriducibili“, i quali per diversi motivi non riescono a fumare meno di uno, due e oltre pacchi di sigarette al giorno.

Per tutti gli altri sarebbe sicuramente meglio smettere del tutto.

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