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COMUNICAZIONE PUBBLICA DELLA SALUTE: PRASSI E REGOLE PER CHIEDERE SPAZIO AI MASS MEDIA

Mass Media & Salute.

Da scienziato a divulgatore: così ho conosciuto le profonde differenze tra la ricerca scientifica e le aspettative dei media

Divulgazione, Farmacologia, Giornalismo, Mass Media, Salute & società , ,

Scienziati e professionisti dell’informazione, molto spesso, sono costretti a trattare sulla bozza finale prima che articolo vada in stampa. Sebbene il merito, il più delle volte coincida, il metodo è invece oggetto di discussione: il linguaggio adottato per divulgare la scienza al pubblico è troppo tecnico? Troppa leggerezza e banalizzazione dei concetti (caso contrario)? Le metafore sono azzeccate o fuorvianti? Al di là di queste e molte altre accortezze, in primis il ricercatore deve accettare il fatto che la redazione di un giornale non è l’aula dell’università e che i suoi interlocutori non sono i venti-venticinquenni del corso di laurea in Medicina, ma il pubblico generico. E il pubblico generico non ha sempre una formazione scientifica per seguire ragionamenti complessi. In questo articolo la testimonianza, in prima persona, dell’immunofarmacologo Giuseppe Nocentini, in forze all’Università degli Studi di Perugia e componente della Società Italiana di Farmacologia (SIF). A partire dall’aprile 2020, con la fondazione di SIF Magazine, la rivista online e gratuita rivolta al cittadino a cura della SIF, i farmacologi sono scesi nell’arena mediatica per raccontare al pubblico l’uso consapevole del farmaco. L’operazione è stata un successo, con 1,6 milioni di visite ad oggi, e picchi di 12 minuti di permanenza dell’utente su un articolo. Tanto che giornali, radio e TV, individuando nel Magazine una fonte affidabile e preziosa (ancor più per lo scoppio della pandemia da SARS-CoV-2 che causa la malattia COVID-19 e la necessità di informazioni chiare) hanno cominciato sempre più spesso a chiedere interviste e commenti al gruppo di esperti di SIF. Tra i molti soci ad andare sui media anche il Prof. Nocentini: sintonia, tra l’esperto e i mass media, ma anche malumori nell’apprendere l’abisso tra i meccanismi della ricerca scientifica (reale) e la pretesa di risposte e certezze (fantasticate).

  • 13/11/2021

di Giuseppe Nocentini (Professore all’Università degli Studi di Perugia e immunofarmacologo della Società Italiana di Farmacologia SIF).

Negli ultimi quasi due anni il virus SARS-CoV-2, che provoca la malattia COVID-19, ha stravolto la vita di miliardi di cittadini in tutto il mondo: siamo stati colpiti da gravi e improvvisi lutti, abbiamo preso consapevolezza della precarietà della vita, sono vacillate certezze che pensavamo inscalfibili e l’Homo Sapiens, tornato da predatore a vittima, si è ricordato del suo procedere a tentoni lungo la Storia.

Da scienziato mi sono profondamente interrogato sul virus e da farmacologo ho accolto la sfida, pur con grande angoscia, di pensare alle migliori strategie per prevenire il contagio e curare chi si sarebbe ammalato. Ho gioito per il grande successo dei vaccini ma ho sperimentato anche la vertigine provocata dal flusso di fonti politiche da una parte e scientifiche dall’altra, mentre cambiavano e si contraddicevano, giorno dopo giorno, durante le lunghe settimane dei look-down: un periodo claustrofobico di studio, per me, matto e disperatissimo.

L’incontro-scontro tra scienziati scesi nell’arena mediatica e giornalisti 

Sono un ricercatore e un professore nel campo della Farmacologia. Nel febbraio del 2020 mi è stato chiesto dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF), di cui faccio parte, di impegnarmi, insieme ad altri colleghi, nella divulgazione corretta delle informazioni farmacologiche in modo tale che le conoscenze tecniche di noi specialisti potessero trasformarsi in informazioni utili per il cittadino, migliorando il corretto utilizzo dei farmaci che, dal secolo scorso, hanno dato il turbo alla qualità di vita dell’uomo e alla sua aspettativa di vita, ma anche il rischio di danni alla salute se somministrati scorrettamente.

Ho sperimentato la vertigine provocata dal flusso di fonti politiche da una parte e scientifiche dall’altra, mentre si contraddicevano giorno dopo giorno: un periodo claustrofobico di studio matto e disperatissimo, durante il quale abbiamo ripreso consapevolezza della precarietà della vita e l’Homo Sapiens, non più predatore ma vittima, si è ricordato del suo procedere a tentoni lungo la Storia

Appena una settimana prima che l’ex premier dichiarasse l’Italia zona rossa abbiamo progettato e lanciato SIF Magazine, rivista online e gratuita sull’utilizzo responsabile del farmaco, a cura di SIF. Reclutata una squadra di specialisti, abbiamo formato una redazione di farmacologi e ottimi divulgatori. Tra gli scopi della rivista anche quello di sgomberare il campo dalle numerose fake news e teorie del complotto che sguazzano nel web, per indirizzare cittadini e pazienti verso fonti sicure.

A firmare gli articoli di SIF Magazine sono esclusivamente ricercatori e/o professori universitari nel campo della Farmacologia, con l’editing dell’Ufficio Stampa della SIF.

I tempi del giornalismo tutto-e-subito e quelli della scienza, riflessiva e prudente

Da un momento all’altro mi sono ritrovato a sperimentare un nuovo modo di comunicare, certamente diverso dalla comunicazione scientifica tra pari e dal linguaggio usato durante le lezioni agli studenti, e ho conosciuto da vicino la classe professionale dei giornalisti e delle giornaliste. Un mondo che non dorme mai, che macina contenuti, incalzato dagli eventi e condizionato dalle scelte editoriali. Un mondo che, indubitabilmente, svolge un ruolo fondamentale per la democrazia e in grado di influenzare molto efficacemente l’opinione pubblica.

La sfida era partita: ci siamo così affacciati nell’arena mediatica, un luogo nel quale sentenziano sì gli esperti ma anche personaggi politici, personaggi dello spettacolo e influencer a vario titolo.

Questo incontro mi ha obbligato a organizzare un mini-studio a casa mia e a rimanere continuamente aggiornato a 360 gradi sul tema COVID-19, utilizzando come fonte non solo le pubblicazioni scientifiche (mio pane quotidiano), ma anche i pronunciamenti delle autorità sanitarie, dei governi e dei comunicati stampa delle case farmaceutiche (un modo di comunicare, quest’ultimo, affetto da un pesante bias: scrivere dei propri prodotti, in evidente conflitto di interessi). Insomma, un secondo lavoro part-time, ovviamente non pagato, per mettere il cittadino nelle condizioni di esercitare appieno il Diritto a informare e ad essere informato (Art. 21 Cost e Art. 19 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).

L’arena mediatica è un luogo nel quale sentenziano sì gli esperti ma anche personaggi pubblici come politici, personaggi dello spettacolo e influencer a vario titolo, spesso più ascoltati dello stesso specialista, semplicemente perché più noti

«Non immischiarti con i giornalisti: rischi di perdere la tua credibilità scientifica»

Dall’Accademia mi è giunto l’invito a non mischiarmi con i giornalisti per non perdere la mia credibilità scientifica.

L’Ordine dei giornalisti ha stabilito che, se l’intervistato lo richiede, il servizio deve essere rivisto e approvato dall’esperto prima della sua publicazione.

In questo modo ho guadagnato visibilità come ricercatore, con le chiacchiere di una parte della Accademia che considerava il mio impegno una attività poco seria per ricevere notorietà sfruttando la pandemia. Mi è anche giunto qualche sommesso invito a non mischiarmi con i giornalisti per non perdere la mia credibilità scientifica, forse da chi non ha conoscenza del diritto a informare e a essere informati.

Il rapporto con i giornalisti è stato, per me, motivo di orgoglio e occasione di crescita. Un incontro-scontro quello con il mondo dell’informazione, tuttavia, che necessita di una conversione. I giornalisti sono professionisti seri, consapevoli delle proprie responsabilità politiche, ma anche pesantemente condizionati dal numero di battute degli articoli (uno spazio spesso insufficiente per parlare correttamente di elementi delicati e complessi come quelli dela Farmacologia, NDR) e dai tempi, solitamente molto stretti (Se la notizia, per quale si chiede il parere dell’esperto, attiene alla cronaca, il servizio va confezionate in poche ore dala richiesta, NDR).

Le priorità di chi fa ricerca sono molto diverse da quelle di chi fa informazione. I primi cercano risposte complesse a grandi domande, mentre i secondi hanno bisogno di fatti, chiari e incontrovertibili, tradotti in un linguaggio comprensibile al pubblico e spesso preferibilmente in anteprima.

A questo proposito va ricordato che l’Ordine dei giornalisti ha concordato che, se l’interlocutore lo richiede, il servizio deve essere rivisto nella sua versione finale e approvato, prima di essere pubblicato NDR).

Queste priorità, talvolta, portano a sacrificare la complessità della notizia. Su questo punto la tensione tra me e gli operatori dell’informazione è stata forte. Penso, infatti, che sia fondamentale rappresentare al grande pubblico la complessità del travaglio scientifico e sono convinto che le derive irrazionali e anti-scientifiche, nelle frettolose richieste di politici e dell’opinione pubblica, derivino da una mancata consapevolezza della complessità della ricerca.

Quello che avrei voluto urlare al pubblico in ascolto (in diretta TV o radio, o tramite la penna del giornalista) è proprio questa non linearità della ricerca scientifica rispetto alle risposte pretese.

Eppure, molti giornalisti, mi hanno chiesto di dare risposte estremamente lineari. In particolare, mi sono sentito in gabbia in molte delle interviste televisive a cui ho partecipato, dove lo scienziato che appariva in video era più una incarnazione di una idea da veicolare, magari già suggerita dal giornalista che non da una testa pensante.

Giuseppe Nocentini

«Complottismo? Nasce dall’eccessiva semplificazione della scienza da parte dei media»

Mi sono sentito un attore, che deve rimanere nei tempi e non può permettersi di entrare nei dettagli. A ben pensarci bene questo dovere è bizzarro: gli stessi giornalisti, che a me chiedono di rimedi contro la pandemia, sono capaci di raccontare intrighi, retroscena, complessi scontri sociali e politici. Tutti casi che, data la loro natura, necessitano di molto tempo: perché invece la scienza no? Il tempo, se vogliono, ce l’hanno, ma se si parla di ricerca scientifica i professionisti dell’informazione puntano a raccontarla semplice e facile.

Di fronte all’affermarsi di tale rappresentazione, non possiamo meravigliarci se l’opinione pubblica non capisce i cambi di rotta a cui abbiamo assistito in questi mesi. Peggio: li potrebbe interpretare come risultato dello scontro di interessi economici e politici.

Le stesse teorie del complotto nascono, a mio avviso, da questa rappresentazione eccessivamente semplificata della realtà scientifica. I professionisti dell’informazione dovrebbero fare uno sforzo per cercare di dipingere un quadro più articolato, pur con le limitazioni imposte dalle strutture comunicative in cui sono incastrati.

Nonostante, come tutti, non abbia tempo, ho amato i giornalisti, molti dei quali mi hanno fatto impiegare (tanto) tempo perchè volevano capire. Perchè, dopo avere studiato la questione, prima di intervistarmi, avevano ancora mille domande ed erano convinti che io potessi aiutarli a chiarire tutte le risposte alle loro incognite.

Ho amato quei giornalisti che non mi hanno trattato come controparte, ma sono stati ad ascoltarmi senza pregiudizi, ritenendo che io non fossi un portatore di interessi di parte. Ho avuto la sensazione che il tempo loro dedicato non fosse tempo perso, perchè aiutavo i giornalisti a scrivere un pezzetto (provvisorio) di verità per i loro lettori/ascoltatori. Qualcuno di loro, nell’articolo o nel podcast della mattina successiva, è riuscito a rendere, almeno parzialmente, la complessità e la provvisorietà della realtà, perciò sono stato contento di averli aiutati.

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