fbpx

Sperimentazione animale: ecco perché lo scienziato non è un sadico

Fonte: La Stampa.

di Marco Pivato.

«Le Università Italiane ribadiscono la centralità della ricerca scientifica come valore fondamentale per il progresso sociale, culturale ed economico del nostro Paese». Si apre così il «Documento per affermare la centralità della ricerca e della sperimentazione animale», della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui). Non una relazione qualunque, ma un documento che si appella esplicitamente al Consiglio di Stato, che il prossimo 28 gennaio dovrà pronunciarsi sul caso «LightUp», per fare riprendere o meno la sperimentazione in seno a questo progetto nelle Università di Torino e Parma su sei macachi, sospesa lo scorso ottobre.

Ricercatore dell’Università di Torino e titolare del progetto «LightUp», che si avvale della sperimentazione sui macachi per il recupero della vista nei pazienti che hanno perso del tutto o in parte la capacità di vedere per lesioni al cervello, Marco Tamietto è stato più volte minacciato di morte. Nella sua posta ha trovato un proiettile accompagnato da una lettera anonima: «Non sei un ricercatore, sei un assassino. Colpiremo duro te e la tua famiglia». Inoltre, è stato già aggredito mentre si recava in Rettorato. Condivide sorte analoga Luca Bonini, docente dell’Università di Parma, anche lui coinvolto nella sperimentazione sui macachi con Tamietto, dopo avere trovato un cartello all’ingresso di casa che recitava «Vivisettore boia»

Vicinanza ai ricercatori è stata espressa più volte dai colleghi del mondo accademico e dalle società scientifiche, in primis la Federazione Italiana Scienze della Vita, la Società Italiana di Farmacologia e la Società Italiana di Tossicologia, vale a dire le prime coinvolte, per motivi etici e professionali. A loro si è aggiunta la nota di Research4Life e del suo segretario Generale Giuliano Grignaschi, dopo la presa di posizione della Crui. Scopo dell’associazione di Grignaschi è quello di mettere a disposizione di tutti le informazioni necessarie per potere capire le ragioni della sperimentazione animale, ma anche i risultati ottenuti grazie a questa e chiarire quali sforzi vengono fatti per individuare metodi alternativi

Dall’altra parte, gli antagonisti: capofila, la Lega anti-vivisezione (Lav). Proprio la Lav («il cui nome è già intrinsecamente mistificatorio, visto che la vivisezione è proibita per legge e non più praticata da decenni», ha tenuto a precisare la Crui) ha fatto istanza di annullamento del progetto «LightUp» al TAR del Lazio, e quando è stata rigettata si è rivolta al Consiglio di Stato che ha emanato un’ordinanza sospensiva, nonostante il progetto fosse stato valutato dai revisori scientifici, approvato dai comitati etici preposti e autorizzato dal Ministero della Salute. Insomma, la battaglia è aperta.

Gli animalisti si schierano con la Lav, mentre i ricercatori stanno con l’Accademia, ma il racconto della vicenda, sin qui, è troppo semplicistico, per essere giudicato dall’opinione pubblica. Prima, va chiarito di cosa stiamo parlando. Animalisti e Lav hanno una visione netta: l’animale, in quanto essere vivente, che prova gioia e sofferenza proprio come l’uomo, non va toccato. I ricercatori, più che sull’emotività, contano sulla razionalità e articolano le ragioni della sperimentazione animale su due fronti: perché (purtroppo) non possiamo farne a meno e perché è falsa la teoria dello scienziato sadico.

La sperimentazione pre-clinica e clinica di trattamenti e farmaci prevede una fase «in vitro» (in provetta) e poi una fase «in vivo», prima su animali e poi su volontari umani, per capire la sicurezza e l’efficacia di ciò che si va testando. Se la ricerca non procedesse in questo modo avrebbero ragione gli estremisti che se la prendono con «Big Pharma», le industrie del farmaco che – secondo posizioni oltranziste – farebbero soldi sulla pelle di uomini e animali per mandare in commercio prodotti di cui o non abbiamo bisogno oppure, addirittura, peggiorano il nostro stato di salute. Il senso della sperimentazione animale è invece proprio quello di verificare innanzitutto la tossicità di una nuova molecola, per valutare la tollerabilità degli eventuali effetti collaterali, e poi la effettiva efficacia. 

Dunque, il ricercatore a questo scopo sacrificherebbe animali con la freddezza di un sadico dottor Menghele. E invece no, perché il ricercatore se potesse fare a meno della sperimentazione sarebbe non solo contento, ma decisamente avvantaggiato. Facciamo un po’ di conti. La gestione di uno stabulario (alloggio per gli animali), per un Istituto di ricerca di dimensioni medie, costa circa 200.000 euro l’anno. Inoltre, il costo di ogni topo varia da 15 a 165 euro, oltre IVA, a seconda del ceppo. Tra spedizione e confezioni, i fornitori chiedono, infine, circa 50 euro a consegna.

E proprio perché lo scienziato non è un sadico, ma è obbligato dalla legge a cercare metodi alternativi oppure metodi che implicano la minore sofferenza possibile, egli spende altri 1.000 euro circa l’anno per anestetici e antidolorifici. Attrezzature, stipendi per il personale qualificato che sappia maneggiare gli animali e la manutenzione delle gabbie, tra filtri e altri accorgimenti tecnologici, completano il conto. Se un Istituto di ricerca potesse fare a meno di questi costi è chiaro ne sarebbe avvantaggiato, data la penuria di finanziamenti alla ricerca.

La penuria di fondi e la percezione falsata dello svolgimento e del senso della sperimentazione animale stanno facendo dell’Italia un paese sempre meno attrattivo per la scienza. Gli stessi Tamietto e Bonini, titolari di «LightUp», hanno dichiarato di essere pronti a portare fuori dall’Italia il progetto, se questo dovesse essere ulteriormente bloccato dalla magistratura. Nota ancora Research4Life: «Su 436 progetti ERC approvati quest’anno, 53 hanno un titolare italiano ma, di questi, ben 33 si svolgono all’estero, dove si trovano tutele e condizioni di lavoro più adeguate».

Va ricordato poi che l’Unione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia, a causa delle limitazioni ingiustificate alla sperimentazione animale in alcuni ambiti di ricerca: xenotrapianti e sostanze d’abuso. Ambiti in cui è evidente la rilevanza per la tutela della salute di cittadini e cittadine. Il caso del progetto «Light-Up» è dunque paradigmatico degli ostacoli posti in Italia alla libertà di ricerca che, uniti all’incertezza dei finanziamenti e alle difficoltà burocratiche, rendono il paese un ambiente sempre più ostile per gli studiosi: «Giovani scienziati, ricercatori e dottorandi si sentono abbandonati quando non addirittura osteggiati – scrive Research4Life – da quelle stesse istituzioni che dovrebbero tutelare, proteggere e valorizzare la libertà di studiare, di scoprire, di fare scienza e medicina».

    Lascia il tuo commento qui