Tutto quello che c’è da sapere sulla sperimentazione animale: perché si pratica ancora?

Il caso del ricercatore dell’Università di Torino Marco Tamietto, minacciato di morte, riapre la questione: a cosa servono, davvero, gli esperimenti sugli animali, come vengono trattati, quali sono le leggi, i costi, gli obblighi. E quali sono i limiti, invece, dell’altra ricerca, quella che studia i metodi alternativi, e ancora quella di confine: i super computer in grado di simulare il cervello. È vero, inoltre, che le industrie farmaceutiche traggono vantaggio dal sacrificio degli animali? Tutte le risposte che la Federazione Italiana Scienze della vita può dare al pubblico, mettendo insieme tutto ciò che sappiamo scientificamente e il racconto, in esclusiva a FISV, del prof. Tamietto, impegnato a studiare come ridare la vista ai pazienti ciechi per lesioni al cervello e recentemente raggiunto da una missiva che conteneva un proiettile e minacce di morte a sé e alla propria famiglia, per le sue ricerche sui macachi.

(Comunicato stampa della Federazione Italiana Scienze della Vita – FISV). Pubblicato su Le Scienze.

Roma 02-09-2019.

«Sono costretto a misure di sicurezza, in contatto costante con la Digos, che monitora tutti i miei spostamenti. Anche la mia personale residenza è segnalata come sito sensibile dalle forze dell’ordine». Succede, non di rado in Italia, che la vita di un ricercatore scientifico, assomigli a quella di un collaboratore di giustizia, nel mirino di chi lo vorrebbe addirittura morto.

Spaventa e crea repulsione, ancora molto, la possibilità che animali vengano sacrificati per la scienza, tanto da avere generato vere e proprie crociate contro lo “scienziato sadico e interessato dai finanziamenti delle case farmaceutiche”. Proprio come disegnato lo stereotipo del ricercatore che lavora nelle Università e nei centri di ricerca. Questa volta a finire nel mirino è toccato a Marco Tamietto, professore dell’Università di Torino e titolare di una sperimentazione sui macachi per il recupero della vista nei pazienti che hanno perso del tutto o in parte la vista dopo una lesione al cervello.

Si tratta solo dell’ultimo caso di cronaca, ed anche del più grave, se si guarda al metodo che Tamietto ha subìto, destinatario, per posta, di un proiettile (in stile mafioso) accompagnato da una lettera di minacce: «Non sei un ricercatore, sei un assassino. Colpiremo duro te e la tua famiglia». Così recita la lettera anonima indirizzata al docente. E non è nemmeno la prima volta che il professore corre rischi, dopo che fu aggredito, la scorsa estate, proprio mentre si recava in Rettorato. Anche il prof. Luca Bonini, dell’Università di Parma, che si occupa della sperimentazione sui macachi, ha trovato un cartello appeso all’ingresso di casa con scritto “vivisettore boia”.

La Federazione Italiana Scienze della Vita, che esprime solidarietà al collega, e intende entrare nel merito della questione in una maniera che, prima d’ora, non era mai stata fatta: a nessuno fa piacere sapere di esseri viventi sacrificati per la scienza, ma cerchiamo di analizzare “laicamente” il problema.

Nella Roma imperiale l’aspettativa di vita era di 22 anni, nell’Inghilterra medievale di 33, agli inizi dell’Ottocento, negli Stati Uniti, 49,2 anni: dobbiamo arrivare al 1946 per scalare la soglia dei 66 anni (G. D’Amico, 2019). Da allora gli sviluppi della scienza medica hanno permesso di raggiungere l’attuale aspettativa di vita di circa 80 anni, il doppio rispetto ai primi dell’Ottocento. E questa è storia.

Oppure, per fare un esempio più moderno: il melanoma, che fino ad appena dieci anni fa era una malattia incurabile ed equivaleva a una sentenza di morte, ora viene controllato con una serie di nuovi farmaci che, prima di essere sperimentati sull’uomo hanno dovuto subire una rigorosa fase di analisi in modelli animali.

Merito, noi pensiamo, anche della sperimentazione pre-clinica e clinica (che nel tempo non è mai stata uguale, ma si è perfezionata sino ai protocolli attuali), che prevede una fase in vitro (in provetta) ma anche una in vivo, vale a dire su esseri viventi: animali prima e uomini poi, per capire essenzialmente la sicurezza, per esempio, di un farmaco e la sua efficacia. Gli avanzamenti nel campo dell’igiene, della cura e della prevenzione delle malattie infettive, dei tumori e delle altre più comuni a maggior incidenza come diabete e malattie cardiache non sarebbe stata possibile senza questo processo.

L’insulsa teoria dello scienziato sadico

Magari lo scienziato potesse fare a meno dell’animale da laboratorio… Per legge, la sperimentazione animale non è autorizzabile dal Ministero della Salute se esistono metodi alternativi per ottenere lo stesso risultato. Nel caso dei primati, si esprime direttamente il Consiglio Superiore di Sanità, che è l’organismo di consulenza più autorevole del Ministero. E poi: mantenere cavie e altri modelli ha costi estremamente alti, contando anche che questi non devono essere “stressati”, quando arrivano al sacrificio, altrimenti il loro stato fisiologico e ormonale (semplificando un poco) confonderebbe i risultati dell’esperimento stesso. Altri alti costi vanno attribuiti alle strutture dove gli animali vengono alloggiati (stabulario) e alla manutenzione di queste.

Nella pratica:

I costi annuali (ci riferiamo a una stima) per la gestione dello stabulario (alloggiamento per gli animali) ammontano in media per un Istituto di ricerca di dimensioni medie a circa 200.000 euro. A ciò si deve aggiungere che ogni singolo topo (prendendo ad esempio questo modello animale) ha un costo che varia da 15 a 165 euro (+IVA) a seconda del ceppo utilizzato nella sperimentazione. Le ditte che forniscono tali animali inseriscono inoltre costi aggiuntivi per le speciali confezioni e la spedizione che superano i 50 euro a consegna.

A ciò aggiungiamo anche altri 1000 euro annui per anestetici e antidolorifici, e il costo della manutenzione delle gabbie ventilate (filtri e quant’altro) difficilmente stimabili. «Bisogna anche considerare le attrezzature e il personale qualificato e relativi salari, oltre ai costi del loro continuo aggiornamento», ricorda Tamietto.

Ecco perché, se lo scienziato potesse fare a meno della sperimentazione animale lo farebbe. Ma i costi non sono l’unico motivo. Se è vero che in vitro possiamo testare molte proprietà delle molecole, per esempio candidate a diventare farmaci, non esiste alcun modo, conosciuto ad oggi, per avere le altre informazioni fondamentali che portano un farmaco in farmacia.

Questo perché l’organismo è una “macchina” estremamente complessa: è per esempio gestito dal Sistema nervoso centrale sotto ogni aspetto, per non parlare dell’influenza del sistema immunitario, oppure ancora del ruolo del metabolismo, che sa dirci come un farmaco si distribuisce nel corpo. Solo testando un farmaco mentre tutti questi sistemi sono “vivi” e ancora funzionanti, è possibile ricavare informazioni irrinunciabili, come la migliore via di somministrazione per ottenere l’efficacia massima, il meccanismo d’azione e la eventuale tossicità.

«Si è parlato del progresso, sempre maggiore, di super computer, computer quantistici e reti neurali che possano simulare il Sistema nervoso centrale – spiega Tamietto – ma è attualmente fantascienza pensare di potere sostituire il cervello con un computer, per quanto potente». In futuro chissà, ma adesso non se ne parla e chi ne parla, parla di bufale.

Nella ricerca dedicata alle neuroscienze poi, come nel caso dei laboratori di Torino, serve ovviamente un sistema biologico vivente: «Simulare un cervello intero al computer è semplicemente impossibile: solo neuroni o piccoli circuiti tra essi. Pensiamo allo Human Brain Project, finanziato per 1,4 miliardi di euro nel 2013 e che prometteva di simulare il cervello in 10 anni. Quel progetto è già sostanzialmente già fallito. Oppure al super-computer giapponese che per simulare circa 1 miliardo di neuroni (ne abbiamo circa 90 miliardi) costa 10 milioni di dollari l’anno, e necessita di 4 anni per simulare una giornata di funzionamento di pochi semplici neuroni».

Non solo. Per quanto riguarda l’Italia, va ricordato che il nostro Paese si avvale della normativa più restrittiva d’Europa (la 26/2014) per quanto riguarda la sperimentazione animale. «Tanto – continua il professore – che, a differenza di altri Paesi non possiamo utilizzare la sperimentazione animale per studiare, per esempio il trapianto d’organo e le dipendenze da sostanze d’abuso. E non essendo allineati su questo punto agli altri membri UE, l’Italia sta infatti rischiando l’equivalente di una procedura di infrazione».


L’assurda teoria dello scienziato in combutta con Big Pharma
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Certamente esiste la ricerca privata, finanziata (anche) dalle case farmaceutiche, ma non è il caso di Tamietto. «Le mie ricerche sono finanziate esclusivamente da fondi pubblici e non ho rapporti con case farmaceutiche, semplicemente perché non è una ricerca farmacologica». Non che ci sia nulla di male. Basta, naturalmente, che il rapporto sia trasparente e nel quadro delle normative vigenti.

Chi prende di mira la ricerca per presunti affari economici dovrebbe quindi informarsi meglio: per esempio sapere che lo sviluppo di un farmaco, dall’idea alla farmacia, costa in media tra gli 800 milioni e 1,2 miliardi di euro, per un tempo (la sperimentazione) che va da dieci a venti anni. Bisogna quindi rientrare dell’investimento, e la casa farmaceutica ha tempo venti anni, dopo i quali il suo brevetto scade e il prodotto può essere formulato anche da altre aziende che ne saranno concorrenti. Insomma, non è sempre un buon affare investire nei complessi meccanismi della sperimentazione, non è per lo meno semplice come pensa l’antagonista medio.

Il principio delle 3R.

Ancora, prima di spedire proiettili, l’antagonista dovrebbe poi informarsi, inoltre, sul fatto che lo scienziato, presuntamente sadico e affamato di finanziamenti, è obbligato a rispettare regole fondamentali, riassunte nel principio delle tre R.

1) Chi vuole fare ricerca con gli animali, secondo le normative vigente, deve dimostrare che non sia possibile sostituire il modello animale prescelto con altri metodi che non prevedano l’uso di animali per ottenere i risultati previsti (R, come Replacement).

2) Se questo non fosse possibile il ricercatore deve cercare di ridurre il più possibile il numero di animali utilizzati nel proprio protocollo sperimentale mantenendo lo stesso livello di affidabilità scientifica (R come Reduction).

3) Inoltre, lo sperimentatore deve sempre adoperarsi per ridurre il livello di sofferenza imposto agli animali durante le procedure sperimentali migliorando attivamente la qualità della vita dell’animale durante l’intero arco della sua vita (R come Refinement).

Non si tratta semplicemente di norme e burocrazia: lo scienziato è prima di tutto un uomo, istruito, e ha maturato, come tutti, la consapevolezza delle proprie azioni: il fine del principio delle 3R è raggiungere un sistema di convenzioni il più possibile rispettoso dell’animale, nonostante la sua insostituibilità, per ora, nella scienza. Inoltre, le proposte progettuali e il rispetto del principio delle 3R devono essere valutati da esperti indipendenti, prima a livello di Unione Europea, poi a livello dei comitati di bioetica dei singoli Atenei, e infine dal Ministero della Salute, sentito il parere dell’Istituto Superiore di Sanità, oppure, nel caso di primati non umani, del Consiglio Superiore di Sanità.

Si può vivere, quindi, in un mondo dove la ricerca scientifica non si serve di modelli animali per progettare farmaci salvavita, terapie antitumorali, o il recupero della vista in pazienti ciechi, come nel caso del professor Tamietto, per esempio? Attualmente, la risposta è: ancora no. Le prove in vitro, vale a dire, i test che si eseguono in provetta, non danno le stesse informazioni dei test in vivo, ovvero sull’animale. E si tratta di informazioni fondamentali che consentono di determinare il successo di una terapia ed evitare effetti collaterali e tossicità sull’uomo, una volta in commercio il prodotto. Sic stantibus rebus, l’alternativa sarebbe fare a meno della sperimentazione animale, rinunciando però a migliorare la qualità di vita dell’uomo e del paziente, come è sempre stato fatto sino ad ora.

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